Pubblicato da: scuola21ipsiavarzi | 25 gennaio 2012

In questa esperienza che abbiamo fatto con la drs, Cristina Delucchi ci ha fatto osservare i licheni.

Cosa sono i licheni?

Innanzitutto i licheni sono ottimi indicatori biologici, possono fornire indicazioni sull’inquinamento atmosferico.

Il termine lichene deriva dal greco leichèn che significa il lambente.

I licheni sono anche dei vegetali particolari originati da una simbiosi tra due organismi differenti:

alghe ( le cellule si chiamano gonidi) e funghi eterotrofi (ascomiceti le cui cellule si chiamano ife)

l’alga fornisce al fungo carboidrati derivati dal processo fotosintetico. Il fungo invece rifornisce l’alga di sali minerali, protezione dell’eccessivo disseccamento e dalle forti radiazioni luminose.

Il corpo del lichene si chiama tallo ed è suddiviso da incisioni più o meno profonde in lobi.

Formano uno strato continuo dove nella parte superiore ci sono le cellule cortex formato da ife che può assumere diverse colorazioni.

Ci possono essere diverse tipi di licheni:

LICHENI CROSTOSI; i licheni crostosi mancano di cortex inferiore e si presentano come macchie multicolori sul substrato che può anche essere completamente ricoperto.

LICHENI FOLIOSI; questi presentano lobi più o meno sviluppati con margine intero. Sulla cortex inferiore sono visibili le rizine che ancorano il lichene al substrato.

LICHENI FRUTICOSI; sono attaccati al substrato solamente con la parte basale, mentre il corpo del lichene occupa lo spazio circostante assumendo una forma tridimensionale eretta, prostrata o pendente.

Il tallo del lichene è formato da;

RIZINE; che sulla cortex inferiore di alcuni licheni foliosi è possibile osservare le strutture costituite da ife fungine di aspetto filamentoso.

CILIA; hanno un aspetto simile alle rizine ma sono presenti solo al marginerei lobi di alcuni licheni.

PSEUDOCIFELLE; che si trovano sulla cortex superiore o inferiore e appaiono come punti chiari oppure come linee o reticolature.

I licheni si producono secondo due modalità:

la riproduzione sessuale e quella vegetativa.

La riproduzione vegetativa avviene attraverso la frammentazione e successiva dispersione di parti indifferenziate del tallo o attraverso la formazione di piccoli propagali rappresentati da soredi o dagli isidi.

I soredi si formano nello strato gonidiale e sono costituiti da piccoli ammassi di ife che avvolgono le cellule algali.

La produzione sessuata avviene a carico del fungo simbionte mediante produzione e liberazione del spore. Le spore prodotte dai corpi fruttiferi sono distribuiti da uno strato corticale di ife.

Abbiamo fatto anche diverse uscite noi del chimico biologico. Siamo stati accompagnati dalla drs. Cristina Delucchi e da Paola Guado.

Abbiamo scelto diversi alberi e abbiamo fatto il biomonitoraggio ( il grado di inquinamento è medio-moderato)

Il biomonitoraggio è una tecnica di rilevamento di una alterazione ambientale, in particolare l’aria.

Negli studi di biomonitoraggio dell’inquinamento atmosferico si sono rivelati particolarmente idonei i licheni epifiti che presentano tutte le caratteristiche dei buoni bio indicatori.

-         sono sprovvisti di cuticole, epidermide e strutture che li proteggono.

-         Assorbono l’acqua, gas, sostanze nutritive e sostanze inquinanti.

-         Sono attivi in tutte le stagioni e per molti anni.

-         Sono organismi molto resistenti agli stress ambientali, infatti possono sopportare temperature estreme e lunghi periodi di aridità.

-         Sono dotati di  crescita lenta e di grandi longevità che permettono di valutare l’inquinamento su tempi lunghi.

-         Sono sensibili agli inquinanti e se si inquinano cambiano colore, forma del tallo e si riduce la respirazione e la fotosintesi.

Il metodo di biomonitoraggio è l’indice di biodiversità lichenica (I.B.L) ed esprime la frequenza delle specie licheniche presenti sugli alberi monitorati.

Il metodo di indagine può essere scomposto in diverse fasi:

-         scelta delle stazioni

-         scelta degli alberi

-         rilevamento mediante l’utilizzo di un reticolo

-         calcolo dell’indice ed elaborazione dei dati.

Per fare i rilievi è preferibile utilizzare una sola specie arborea per i rilievi ed è meglio utilizzare il tiglio per ambienti urbani e la quercia nelle campagne.

Per ogni stazione si effettuano i rilievi su tre alberi.

Gli alberi che devono essere rilevati devono presentare delle caratteristiche:

-         inclinazione del tronco inferiore a 10 °C

-         circonferenza minima del tronco 60cm

-         evitare alberi con poca luminosità.

Il rilevamento avviene tramite l’utilizzo di un reticolo che è composto da 4 subunità;

viene posizionato verticalmente sul tronco del forofita in corrispondenza dei 4 punti cardinali ad un’altezza di 1 m dal suolo.

Il reticolo deve essere fissato all’albero con degli elastici e per ogni rilievo vengono annotati la località, il tipo di forofita utilizzato è la circonferenza dell’albero. Vengono anche elencate le specie licheniche.

ZAKARCHUK KHRYSTYNA.

Pubblicato da: scuola21ipsiavarzi | 9 gennaio 2012

Riassunto sull’esperienza del progetto “Licheni”.

Come ogni anno la nostra professoressa di biologia Paola Guado ci ha proposto dei progetti sui quali lavorare durante il periodo scolastico e uno di quei progetti trattava dei licheni. La professoressa Cristina Delucchi, esperta in materia botanica, è venuta a scuola per impartirci delle lezioni base per affrontare in seguito le uscite fatte a Varzi.  Lo scopo di questo progetto era conoscere i licheni e tutto ciò concernente essi ed eseguire il biomonitoraggio della qualità dell’aria. Durante la prima lezione ci è stato spiegato che i licheni sono organismi vegetali frutto di una simbiosi tra un’alga verde e un fungo, quasi sempre Ascomicete. I reciproci vantaggi risiedono nel fatto che le alghe ricavano acqua e minerali dai funghi mentre questi ultimi sfruttano la capacità fotosintetica delle alghe, che sono organismi autotrofi (riescono cioè a sintetizzare autonomamente molecole organiche come i carboidrati partendo da semplici sostanze inorganiche come acqua e anidride carbonica). I licheni possono vivere anche migliaia di anni, dato il loro accrescimento estremamente lento e la capacità di sopravvivere a lunghi periodi di disidratazione. Il corpo del lichene si chiama tallo e da una sezione trasversale vi si può distinguere una stratificazione:                                                                                                                                   - lo strato superficiale è denominato cortex e sono presenti solo cellule del fungo(ife);                                                                                                                                              – al di sotto è presente lo strato gonidiale, formato sia da ife sia da cellule dell’alga (gonidi);                                                                                                                                                                               – vi è poi la medulla, che costituisce lo strato interno, formato da ife meno compatte rispetto allo strato superiore;                                                                                                                                                                                                                                                                                                    - -la cortex inferiore è costituita da ife e vi si possono trovare strutture di aspetto filamentose che hanno la funzione di ancorare il tallo al substrato di crescita.                                                                                                                                                                                                Lo strato superiore del lichene può presentare delle lacerazioni dette pseudocifelle, che mettono in contatto la medulla con l’aria, aumentando gli scambi gassosi. Sulla pagina superiore del lichene si può osservare la pruina, una patina farinosa di colore chiaro; è costituita da cristalli di ossalato di calcio ed altera il colore del lichene. Si conoscono tre tipologie diverse di licheni:                                                                            

  • LICHENI CROSTOSI: sono immersi nel substrato di crescita (non c’è la cortex inferiore) e sono i primi in grado di colonizzare la roccia nuda;  
  • LICHENI FOGLIOSI: sono formati da lamine parzialmente sollevate dal substrato nella parte marginale e sulla cortex inferiore  sono visibili le rizine, che possono avere forme diverse;         
  • LICHENI FRUTICOSI: sono attaccati al substrato solamente con la parte basale, mentre il corpo del lichene occupa lo spazio circostante assumendo una forma tridimensionale.                                                                                   

La riproduzione dei licheni coinvolge separatamente i due componenti:  mentre la alghe si riproducono asessualmente, per quanto riguarda i funghi invece la riproduzione è prevalentemente sessuale.  La riproduzione vegetativa o asessuata avviene attraverso la frammentazione e successiva dispersione di parti indifferenziate di tallo o attraverso la formazione di soredi e isidi. I primi sono piccoli corpiccioli formati da ammassi di ife che avvolgono le cellule algali e si formano nello strato gonidiale. I secondi sono estroflessioni della cortex superiore e hanno dimensioni maggiori rispetto ai soredi; sono anch’essi costituiti da alghe e ife  ma a differenza dei precedenti sono delimitati da uno strato corticale di ife. Questa è la riproduzione più “facile”, poiché l’alga e il fungo sono già insieme. La riproduzione sessuata avviene a carico del fungo mediante la produzione e liberazione di spore, che una volta distribuite nell’ambiente dovranno trovare un’alga con la quale formare un nuovo lichene. I corpi fruttiferi vengono chiamati apoteci e contengono gli aschi con le spore; possono essere di  due tipi:                                                                                                                                                                                        

  • apoteci lecideini: hanno il bordo dello stesso colore del disco per l’assenza di alghe;    
  • apoteci lecanorini: hanno i bordi con pigmentazione differente rispetto al disco per la presenza di alghe.

Questa riproduzione invece determina una variabilità maggiore rispetto a quella vegetativa, poiché i due simbionti appartengono a licheni diversi.                                                                                                                                     I licheni hanno la capacità di adattarsi a condizioni estreme di temperatura sia molto basse che molto alte; vivono in modo ottimale alla temperatura di  10°C. Se le condizioni ambientali diventano critiche i licheni rallentano il loro metabolismo e le loro funzioni vitali come fotosintesi e respirazione. Grazie alle loro grandi capacità di adattamento i licheni colonizzano qualsiasi tipo di substrato naturale o artificiale e sono diffusi ovunque: dal mare alla montagna, dalla pianura alla collina, dall’equatore ai poli e infine dai deserti alle foreste. Per quanto riguarda gli utilizzi i licheni hanno trovato sia in passato che al tempo d’oggi numerosi impieghi: ad esempio era molto frequente la preparazione di coloranti mediante licheni mentre oggi vengono impiegati per la preparazione dei profumi.  Alla lezione successiva abbiamo fatto un’uscita in Varzi: ci sono state distribuite delle chiave analitiche che ci hanno permesso di identificare i diversi licheni e un foglio dove erano descritte le diverse specie. Siamo stati divisi in gruppi composti da 3 o 4 alunni e ci è stato assegnato un albero da osservare.  Le specie che osservavamo le abbiamo riportante su  un foglio; questo è stato il nostro primo approccio con i licheni. La volta dopo abbiamo affrontato diversi argomenti: biomonitoraggio, i licheni come bioindicatori e l’indice della biodiversità lichenica. Con il termine biomonitoraggio si intende l’insieme delle metodologie che utilizzano esseri viventi per trarre informazioni sullo stato dell’ambiente;  esso permette d stimare gli effetti biologici dell’inquinamento. Gli esseri viventi utilizzati vengono definiti biondicatori. Negli studi dell’inquinamento atmosferico si sono rivelati idonei i licheni che crescono sulla corteccia degli alberi, poiché presentano tutte le caratteristiche di buoni bioindicatori:

  • Sono sprovvisti di cuticola, quindi di epidermide, e non hanno strutture che li proteggono;
  • Assorbono tutto ciò che c’è nell’ambiente e non possono liberarsi dagli inquinanti;
  • Hanno una vita attiva tutte le stagioni;
  • Resistono molto agli stress ambientali (stress idrico e termico);
  • Sono sensibili agli inquinanti: resistono a lungo prima di morire. 

Le variazioni ambientali determinate dall’inquinamento alterano l’equilibrio tra i due simbionti. I principali effetti riscontrabili sono i seguenti:

  • Rallentano la fotosintesi e la respirazione;
  • Cambiano le dimensioni, la forma e il colore del tallo;
  • Avviene una riduzione della fertilità: in alcune specie la riproduzione sessuata lascia il posto a quella vegetativa;
  • Si riducono il numero di specie e individui nel tempo e nello spazio.

Il metodo per calcolare l’indice di qualità dell’aria prendi il nome di I.B.L (Indice di Biodiversità Lichenica) ed esprime la frequenza delle specie licheniche presenti sugli alberi monitorati. Il metodo di indagine può essere scomposto in diverse fasi: 

  • SCELTA DELLE STAZIONI DA MONITORARE: la stazione di rilevamento deve possedere almeno 3 alberi idonei al rilievo; in generale si scelgono tutte le vie e i giardini pubblici per avere una visione della situazione globale della città;
  • SCELTA DEGLI ALBERI: di solito si scelgono gli alberi con scorza acida e non facilmente esfogliabile. In ambiente urbano si preferisce utilizzare il tiglio, mentre in ambiente di campagna la quercia.                                   Gli alberi devono presentare altre caratteristiche: l’inclinazione del tronco deve essere inferiore e 10° (corrispondenti a circa 5 cm) e non deve presentare ferite o nodosità e la loro circonferenza minima deve essere di 60 cm;
  • RILEVAMENTO MEDIANTE L’UTILIZZO DI UN RETICOLO: il reticolo utilizzato è composto da 4 subunità di 10×50 cm suddivise in 5 quadrati di 10×10. Viene posizionato verticalmente sul tronco a un metro da terra ed in corrispondenza dei 4 punti cardinali. Il reticolo deve essere fissato all’albero con degli elastici per evitare di danneggiare la pianta. In ogni quadrato viene calcolato il numero di specie presenti e non il numero di individui;
  • CALCOLO DELL’INDICE ED ELABORAZIONE DEI DATI: per ogni albero si calcola la somma delle frequenze delle singole specie per punto cardinale e si ripete il calcolo per ciascuno dei 3 alberi monitorati. Infine si calcolano le medie per ogni punto cardinale e si sommano tra loro secondo il seguente schema:

 

BLNtot = BLN1 + BLN2 + BLN3    

BLNmedia = BLNtot/Nrilievi=

 

BLEtot = BLE1 + BLE2 + BLE3

 

BLEmedia = BLEtot/Nrilievi=

 

BLStot = BLS1 + BLS2 + BLS3

 

BLSmedia = BLStot/Nrilievi=

 

BLOtot = BLO1 + BLO2 + BLO3

 

BLOmedia = BLOtot/Nrilievi=

 

 

BLStazione = BLNmedia + BLEmedia + BLSmedia+ BLOmedia

 

Ai valori di IBL sono abbinati i relativi gradi di inquinamento: ogni valore di BL ricade in un intervallo al quale viene attribuito un determinato colore ed un giudizio sul grado di allontanamento dalla situazione di naturalità al quale corrisponde, a sua volta, un determinato grado di inquinamento.

COLORI

CLASSI NATURALITA’/ALTERAZIONE

VALORI DI BLs

GRADO DI INQUINAMENTO

Blu

1         – naturalità molto alta

>80

Basso

Verde Scuro

2 – naturalità alta

65-80

Moderato

Verde Chiaro

3 – naturalità media

49-64

Medio-moderato

Giallo

4 – naturalità bassa/alterazione bassa

33-48

Medio

Arancione

5 – alterazione media

17-32

Medio-elevato

Rosso

6 – alterazione alta

1-16

Elevato

Cremisi

7 – alterazione molto alta

0 (deserto lichenico)

Molto elevato

 

Noi abbiamo fatto questo lavoro in prossimità del Torrente Staffora ed è stato un progetto che mi ha interessata, anche se all’inizio ero scettica perché mi sembrava un po’ difficile; la parte che però ho preferito è stato il lavoro diretto sul campo.

SILVIA CREVANI    3a CV     10-01-2012    FONTE: ESPERIENZA PERSONALE                                                                                   

Pubblicato da: scuola21ipsiavarzi | 4 gennaio 2012

I licheni

I licheni sono organismi vegetali frutto di una simbiosi tra alghe verdi e funghi ( ascomiceti- ife). La simbiosi è un’unione stabile tra due organismi diversi, vantaggiosa per entrambi.
Le alghe producono glucidi e amidi ( autotrofi). I funghi ,invece, forniscono acqua, sali minerali e la protezione dal disseccamento (eterotrofi).
Il corpo dei licheni è chiamato tallo ed è suddiviso in lobi.
La crescita dei licheni può essere di tre dipi:
1. Lichene foglioso:
Tallo costituito da lobi non completamente aderenti al substrato, che si sollevano almeno al margine.

2. Lichene fruticoso:
Il tallo si sviluppa in verticale rispetto al substrato e tende a ramificarsi in varie direzioni.

3. Lichene crostoso:
Tallo appiattito e strettamente aderente al substrato. La superficie può essere continua, polverosa o divisa in aree poligonali.

Sui lobo del lichene possiamo trovare le pseudocifelle ( fessure), queste hanno il compito di aumentare gli scambi gassosi con l’esterno.
Dalle pseudocifelle possono fuoriuscire le ife del fungo e le cellule algali del lichene, queste si chiamano soredi.
Nella cortex superiore troviamo le ife del fungo, nello strato algale ci sono le ife del fungo più le cellule algali, nello strato midollare come nella cortex inferiore troviamo solo ife del fungo. Sotto la cortex inferiore abbiamo delle piccole strutture chiamate rizine, hanno il compito di ancorare il substrato.
I licheni si riproducono sia tramite la riproduzione asessuata che quella sessuata.
La riproduzione asessuata avviene tramite soredi o tramite gli isidi (sollevamenti della cortex superiore che si rompono solo per un’azione meccanica). In questo caso, siccome abbiamo sia le cellule algali che quelle del fungo, si genera subito un’altro lichene.
La riproduzione sessuata avviene tramite gli apoteci, che possono essere di due tipi:
1. Lecanorini: in questo caso il disco centrale degli apoteci contiene solo ife, mentre il bordo contiene sia ife fungine che cellule algali come il tallo. In questo caso il disco centrale dell’apotecio avrà un colore diverso dal bordo e dal tallo.

2. Lecideini: in questo caso sia il disco centrale che il bordo dell’apotecio contengono solo ife fungine. Il colore sarà diverso da quello del tallo.

Nel caso della riproduzione sessuata dagli apoteci fuoriescono solo cellule fungine, che dovranno cercarsi un partner algale.

Botezatu Angela 3-cv
04/01/2012

Pubblicato da: scuola21ipsiavarzi | 20 dicembre 2011

progetto biomonitoraggio della qualita dell’aria con i licheni

Pubblicato da: scuola21ipsiavarzi | 30 novembre 2011

Uscita didattica nei boschi di San Ponzo

Mappa e profilo altimetrico del percorso seguito durante l'uscita e utilizzato come transetto di rilevamento.

Illustrazione del Castagno (Castanea sativa)

Il 18 novembre 2011, insieme alla Prof.ssa Paola Guado, ho accompagnato un gruppo di studenti dell’Istituto Calvi di Varzi e dell’Istituto Maragliano di Voghera, nei boschi della Valle del Torrente Semola, a monte dell’abitato di San Ponzo, Valle Staffora (PV). E’ stata l’occasione per realizzare con i ragazzi un’escursione didattico-naturalistica con il fine di imparare alcune metodologie di base per il rilevamento di dati utili a definire la biodiversità del territorio.

Si è scelta l’area della Valle del Torrente Semola in quanto caratterizzata da estese formazioni di bosco misto di latifoglie, abitate da innumerevoli specie di mammiferi, uccelli, anfibi, molluschi, rettili, insetti, aracnidi. Un territorio, quindi, ideale per lo studio della biodiversità. Abbiamo voluto effettuare l’uscita anche in tardo autunno, quando molte specie animali non sono attive e le vegetali sono meno “appariscenti”, per stabilire un paragone con le condizioni biologiche esistenti in primavera inoltrata, quando, il prossimo anno, torneremo per effettuare un altro rilevamento di dati.

I boschi della Valle del Semola sono caratterizzati dalla presenza di alberi di discrete dimensioni: castagni (alcuni secolari), carpini, ornielli, roverelle, robinie (fortunatamente poche), aceri montani, qualche essenza da frutto inselvatichita (ciliegi, ad es.), pioppi bianchi, olmi. Queste piante sono oggetto di taglio periodico (bosco ceduo). L’uso che si fa del legno, oggi, è quasi esclusivamente come legna da ardere (raramente si utilizzano ancora i castagni per ottenere pali).

Il sottobosco è caratterizzato da una vegetazione arbustiva piuttosto rada in quanto la copertura delle fronde arboree è decisamente compatta e la luce filtra poco sino al terreno. Dominano i noccioli, i sanguinelli, i biancospini, le rose selvatiche, il ligustro. L’edera la si rinviene frequentemente a ricoprire estesamente il sottobosco e ad arrampicarsi sui tronchi degli alberi. Sono diffuse le primule, le viole, le fragoline di bosco, i gerani selvatici, la Daphne laureola.

In particolare in prossimità del Torrente Semola, rocce affioranti e tronchi d’albero mostravano una diffusa copertura di muschi.
Frequentemente abbiamo osservato, sempre sulle rocce e sui tronchi, i licheni.

Cinghiale fotografato in Valle Staffora (foto Piermaria Greppi)

Il sottobosco è frequentemente “grufolato” dai cinghiali, dei quali abbiamo rinvenuto anche numerose tracce e sentieri di passaggio. Qua e la ci è capitato di osservare escrementi di volpe rossa e di faina. Abbiamo ascoltato il canto di varie specie di uccelli, fra cui il pettirosso, la gazza, la cornacchia grigia, la cinciallegra. Essendo la stagione fredda non è stato possibile osservare anfibi, molluschi e rettili e anche insetti e aracnidi si sono discretamente nascosti.
Torneremo in primavera quando molti di questi animali avranno ripreso la loro vita attiva.

Conchiglia fossile (foto Piermaria Greppi)

A proposito di molluschi, però, se non ne abbiamo visti di “vivi” ne abbiamo potuti vedere parecchi di fossilizzati, quantomeno le loro conchiglie. Infatti questa valle è stata scavata nelle arenarie, rocce sedimentarie di origine marina (sabbie e ciottoli cementati da calcare). Ebbene, all’interno della matrice rocciosa si rinvengono conchiglie fossili di bivalvi, alcune di ottima fattura e conservazione.

I dati raccolti sono stati riportati su apposite schede di rilevamento. Come riportate in un precedente post di questo blog, i ragazzi hanno fotografato (ma anche filmato) i vari elementi di interesse incontrati durante l’uscita.

Piermaria Greppi, Dottore in Scienze Naturali

Pubblicato da: scuola21ipsiavarzi | 29 novembre 2011

visita a San Ponzo

Pubblicato da: scuola21ipsiavarzi | 29 novembre 2011

Una passeggiata nel bosco

Venerdì 18 novembre abbiamo partecipato con una classe del Maragliano ad un’ uscita didattica al bosco di San Ponzo, con lo scopo di rilevarne la biodiversità.
Dopo aver camminato per circa 5 km siamo arrivati nei pressi del torrente Semola, dove abbiamo potuto osservare un bosco misto. Gli alberi che abbiamo visto erano roverelle, castagni, noccioli e carpini.
La mancanza di luce nel periodo estivo impedisce la crescita e lo sviluppo di un sottobosco, perciò erano presenti solo fiori come le viole, e altre erbe come felci e epatiche.
Inoltre era presente un substrato di rocce con fossili (gusci di lamellibranchi)

Pubblicato da: scuola21ipsiavarzi | 28 novembre 2011

VISITA AL BOSCO DI SAN PONZO

Visita didattika al bosco di San Ponzo
Insieme alla professoressa P. Guado, il professore F. Carca, il professore Rasconi e il naturalista Piermaria Greppi siamo andati nel bosco di San Ponzo. Abbiamo esaminato un’area di bosco misto nei pressi del torrente Semola, bosco appenninico misto di latifoglio e caducifoglio. Abbiamo trovato anche rocce arenacee fossilifere.
Come biodiversità arborea sono stati osservati il castagno, la roverella e il carpino in forma libera.
Come biodiversità arbustiva sono stati osservati il nocciolo e l’edera.
Come biodiversità erbacea sono state osservate le viole, le felci e le graminacee.
Abbiamo osservato anche il torrente Semola con una larghezza di circa 2 m. e sponde coperte da vegetazione arbustiva e arborea.

Angela Botezatu 3-CV

Pubblicato da: scuola21ipsiavarzi | 8 settembre 2010

L’ inquinamento atmosferico e gli effetti provocati

L’equilibrio climatico della Terra è minacciato da alcuni effetti indotti o modificato dall’uomo, tra cui l’effetto serra e l’oscuramento globale. L’effetto serra, cioè il mantenimento nell’atmosfera del calore riflesso dalla terra per effetto di alcuni gas-serra, esiste già in natura e, anzi, è indispensabile alla vita: senza di esso, la temperatura sul nostro pianeta sarebbe di circa 33 gradi più bassa. Il problema è che l’uomo ha cominciato, in questo ultimo secolo, ad immettere nell’atmosfera enormi quantità di anidride carbonica, di protossido di azoto e di altri gas-serra, non solo attraverso le automobili e le fabbriche, ma anche con gli incendi dolosi delle foreste: da una ricerca americana, pare che la quantità di anidride carbonica che arriva annualmente dagli incendi dolosi delle foreste tropicali sia pari a quella delle attività umane dell’intera Europa! Sugli effetti futuri di un aumento esponenziale dei gas serra, non c’è molta chiarezza né uniformità di opinioni; tuttavia, molti scienziati intravedono i seguenti gravi rischi:
- Progressivo innalzamento della temperatura media del pianeta
- Aumento dell’entropia (e quindi dell’energia) delle dinamiche atmosferiche, con conseguente aumento di fenomeni estremi (uragani, tempeste, alluvioni) e, secondo alcuni ricercatori, incremento della circolazione nord-atlantica con probabile deviazione della corrente del Golfo e alterazione del clima in Europa
- Scioglimento dei ghiacciai (i primi dovrebbero essere quelli alpini, subito dopo quelli della Groenlandia) con conseguente innalzamento del livello degli oceani e rischio di inondazioni per milioni di persone che vivono in zone costiere
- Aumento della temperatura degli oceani, che, secondo alcuni ricercatori, potrebbe produrre la liberazione spontanea di parte dei giacimenti di metano situati sul fondo degli oceani, con ulteriore ed esponenziale aumento dell’effetto serra (il metano, come gas-serra, è molto più potente dell’anidride carbonica)
- Diminuzione dell’umidità in molte zone tropicali, con rischi di incendio e desertificazione dell’Amazzonia e di altre foreste pluviali. L’oscuramento globale, invece, è dovuto principalmente alle polveri sottili, ed è di scoperta più recente: per esempio, nei giorni 12, 13 e 14 settembre 2001 (dopo l’attentato alle torri gemelle), è stato misurato l’effetto della mancanza assoluta di scie degli aerei sui cieli nord-americani, e i risultati sono stati molto superiori al previsto. In alcune aree degli USA infatti, le scie aeree bloccano oltre la metà della luce solare, grazie all’effetto-specchio (opposto all’effetto serra): le particelle sospese nell’aria inglobano umidità e diventano particelle che riflettono verso l’alto parte dei raggi solari, impedendo loro di raggiungere la terra. In questi ultimi anni, un potente effetto oscuramento (10 – 15% della luce totale) è stato misurato da un gruppo di ricerca alle Maldive, che ha raccolto scientificamente le differenze di luce tra la parte settentrionale dell’arcipelago (lambita di solito da una corrente in quota di aria inquinata proveniente dall’India ) e la parte meridionale (sfiorata da una circolazione di aria oceanica pulita proveniente dalle zone dell’Antartico).
Secondo alcuni studi, gli effetti dell’oscuramento globale sarebbero altrettanto pericolosi dell’effetto serra: in particolare, il minor riscaldamento di parte della fascia tropicale ed equatoriale oceanica, potrebbe ridurre il fenomeno dei monsoni e, in generale, dei venti periodici tropicali e sub-tropicali, con conseguenze terribili in termini di siccità per miliardi di persone. In conclusione, anche se non è possibile stabilire con rigore scientifico le conseguenze di queste tipologie di inquinamento, gli “indizi” di colpevolezza a loro carico sono tali che, pur nella varietà di interpretazione degli esperti, molti tra i paesi più avanzati ed industrializzati hanno deciso di correre ai ripari impegnandosi, a seguito della conferenza di Kyoto del dicembre 1997, a firmare nel 1998 un protocollo per ridurre le emissioni di gas-serra del 5% rispetto al livello del 1990 nel periodo tra il 2008 e il 2012, impegnandosi ad ottenere progressi già a partire dal 2005 (art. 3 del Protocollo di Kyoto). Quanto all’oscuramento globale, alcuni provvedimenti già adottati o in corso di adozione (benzina senza piombo, marmitte catalitiche, filtri applicati a molte emissioni industriali), soprattutto in Europa, stanno cominciando a sortire effetti benefici. Ma l’inquinamento atmosferico provoca anche altri cambiamenti: questo articolo pubblicato nel 2004 dal Corriere della Sera riassume brevemente il problema.

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2004/05_Maggio/14/smog.shtml

«Lo smog frena i raggi del sole, Terra più buia»

L’Italia maglia nera in Europa: la luminosità è scesa del 10 per cento in trent’anni.

NEW YORK (USA) – Se il mondo negli ultimi tempi vi sembra un luogo più cupo e lugubre non dipende soltanto dagli incalzanti, drammatici sviluppi della crisi internazionale. Secondo uno studio internazionale, anticipato ieri sulla prima pagina del New York Times, nella seconda metà del Ventesimo secolo la Terra è diventata – letteralmente – un posto sempre più privo di luce. La ragione? L’inquinamento atmosferico.

«Centinaia di rilevatori installati in tutto il mondo hanno segnalato una diminuzione della luminosità sul nostro pianeta pari al 10 per cento in 30 anni», spiegano i ricercatori che presenteranno i nuovi dati a un convegno di geologi americani e canadesi organizzato la prossima settimana a Montreal. «In alcune aree, tra cui Europa, Stati Uniti e Asia – aggiungono – il calo è stato ancora più significativo».

L’équipe internazionale, guidata da Veerabhadran Ramanathan, docente di clima e scienze atmosferiche all’Università di California a San Diego, ha adottato un nuovo termine – «effetto buio» – per descrivere un trend denunciato già 20 anni fa da un gruppo ristretto di pionieri, allora bollati come «allarmisti».
Ma le loro profezie si sono rivelate esatte. Il «global dimming», o effetto buio, sta rapidamente calando sul globo, minacciandolo alla stregua del ben più celebre «global warming», o effetto serra. «Queste tenebre avanzano con una media del 2-3 per cento l’anno – spiegano gli scienziati israeliani Gerald Stanhill e Shabtai Cohen, che hanno collaborato allo studio di Ramanathan – ma alcune regioni del mondo sono più a rischio di altre».
Il primato assoluto spetta a Hong Kong, che ha avuto un calo di luminosità del 37% negli ultimi 50 anni. In Europa i «Paesi del buio» sono Italia, Germania, Austria, Ungheria e Polonia (tutte intorno al 10% negli ultimi trent’anni). Tra i Paesi che continuano a essere baciati dal sole ci sono invece Spagna, Portogallo, Norvegia, Grecia, Irlanda e le regioni dell’Africa del Nord, che hanno registrato una diminuzione di luce quasi impercettibile.

Le implicazioni che il trend rischia di avere sulla meteorologia, l’ambiente e l’agricoltura rischiano di essere enormi. «E’ un effetto di lungo periodo, l’uomo della strada non se ne può accorgere – lo incalza James Hansen, direttore del “Goddard Institute” della Nasa -. Ma è pur sempre un effetto di vasta portata e porta con sé conseguenze potenzialmente disastrose».
Dalle rilevazioni satellitari risulta che la luminosità e intensità dei raggi solari sono rimaste invariate nel tempo ma che un numero sempre minore di raggi riesce a penetrare l’atmosfera, raggiungendo la Terra, per colpa dello smog. «L’inquinamento oscura il Sole in due modi – spiegano gli scienziati -. Nel primo, i raggi rimbalzano sulle particelle di fuliggine in aria e vengono respinti nello spazio. Nel secondo, l’inquinamento aumenta la condensazione dell’umidità in nuvole più spesse e scure che a loro volta impediscono ulteriormente l’irraggiamento». Non a caso, l’effetto buio è più pronunciato nei giorni di pioggia.
Per misurare la luce solare, gli scienziati hanno usato uno strumento semplice ma efficace. Il radiometro, che consiste in una sorta di piatto nero posto sotto una cupola di vetro. Proprio come l’asfalto d’estate, il piatto si riscalda mentre assorbe l’energia solare e la sua temperatura rivela così la quantità di luce che vi risplende sopra.

Secondo gli ambientalisti, lo studio è l’ultima prova dell’effetto devastante delle politiche ambientali di certi Paesi. Come l’America, che sotto l’amministrazione Bush è accusata di aver sottovalutato i rischi dell’inquinamento industriale fin da quando si ritirò dal trattato di Kyoto. «Ciò è vero solo in parte – mettono però in guardia gli scienziati -. Altrimenti, come si spiega che persino l’Antartide, che dovrebbe essere il luogo del mondo meno inquinato, ha registrato un calo di luce?».

Bozzi Giovanna

Pubblicato da: scuola21ipsiavarzi | 3 settembre 2010

Ecosistema Bosco

 

L’ecosistema è  un insieme di fattori biotici (organismi viventi) ed abiotici (ambiente fisico ed elementi chimico-fisici) che si trovano in un territorio e delle relazioni che li legano. Per questo motivo possiamo affermare che un ecosistema è caratterizzato da un equilibrio dinamico.

Il bosco è uno di questi sistemi: è formato da un insieme di alberi ad alto fusto, arbusti ed erbe ed ovviamente dall’ambiente fisico che li ospita e dalla fauna che lo popola.

Può essere considerato come un grande polmone che fissa il carbonio contenuto nell’anidride carbonica e libera ossigeno contribuendo alla purificazione dell’aria.

Analizzando la componente vegetale possiamo riconoscere una stratificazione verticale. A partire dal suolo troviamo numerose piante erbacee, ma anche una lettiera di foglie caratterizzata da funghi decompositori. A questa si succede uno strato di arbusti, ed infine di alberi di media altezza e di alto fusto.

In corrispondenza di ogni strato si verificano particolari condizioni di umidità e di irradiazione solare che creano habitat diversificati colonizzati da specie animali ben precise.

La copertura vegetale, inoltre, protegge il terreno dalle piogge contrastando i fenomeni franosi frequenti sui suoli nudi e rivelandosi il modo migliore per proteggere i versanti delle montagne.

Questa stabilità è messa costantamente a rischio da fenomeni naturali (pioggia di portata eccezionale, dissesti, valanghe,…), che vengono spesso accelerati dall’azione dell’uomo. Gli interventi antropici sono rappresentati prevalentemente da infrastrutture, aree urbane ed agricole che dovrebbero inserirsi nel territorio nel mondo più sostenibile possibile, evitandone un’eccessiva semplificazione. La conseguenza sarebbe un’inevitabile perdita di biodiversità che ridurrebbe il valore del nostro territorio forestale rappresentato proprio dalla sua unicità e non riproducibilità.

I Boschi dell’Appennino Pavese

 

La vegetazione boschiva dell’Oltrepò pavese ha subito molti cambiamenti nel tempo a causa delle attività umane. La sua estensione è stata fortemente ridotta per lasciar posto a pascoli e colture agricole. Oggi il bosco sta riconquistando quegli spazi lasciati  liberi dal recente abbandono delle zone collinari e montane.

La formazione vegetale tipica di queste aree è il querceto misto, composto principalmente dalla roverella, che è  la quercia più diffusa dell’alta e bassa collina, nei fondovalle troviamo la farnia, mentre a quote più elevate le specie di quercie più frequenti sono il cerro e la rovere. Ad esse sono spesso associate il carpino nero, il castagno, il maggiociondolo. Molte sono le specie arbustive ed erbacee che caratterizzano il sottobosco; tra queste le più diffuse sono il nocciolo,il sambuco, la rosa canina, il biancospino, ma anche la primula, la viola, la scilla o la pulmonaria che formano dei colorati tappeti. Tra le piante rampicanti molto diffuse sono l’edera e il caprifoglio dai profumatissimi fiori. Al margine dei boschi troviamo spesso i ginepri, mentre nelle radure è possibile ammirare splendide fioriture di orchidee.

Il querceto è spesso sostituito artificialmente dal castagneto, che forma boschi quasi puri. Il castagno è stato ampiamente coltivato in passato per i suoi frutti. Si è diffuso così tanto che è possibile trovare spesso imponenti esemplari secolari.

Fino a qualche decennio fa era pratica usuale utilizzare  per il rimboschimento alcune varietà di conifere non autoctone come Pino nero, Pino silvestre e Pino strobo nel tentativo di arginare gli smottamenti di terreno. Questi impianti hanno dato esito discutibile, perché la spessa lettiera formata da aghi e pigne non permette la crescita di piante spontanee ed il ripristino del bosco originario aumentando invece il rischio di incendi.

La Flora

 

La Roverella

Nome scientifico: Quercus pubescens

Nome comune: Roverella

Aspetto: È un albero di altezza, generalmente, inferiore ai 20 metri con molti polloni alla base che gli conferiscono spesso un aspetto arbustivo.

Foglie: La chioma è espansa, formata da foglie ellittiche provviste di lobi arrotondati, di colore grigio-verde scuro nella pagina superiore e ricoperte di una fitta peluria in quella inferiore. Questo carattere, unito al fatto che le foglie secche persistono sulla pianta per tutto l’inverno, permette alla roverella di essere facilmente identificata.

Fiori: È una pianta monoica che produce fiori maschili e femminili separati tra loro, ma presenti sulla stessa pianta: i fiori maschili sono riuniti in infiorescenze pendule (amenti) di colore giallo, le infiorescenze femminili sono di colore verde.

Frutti: Il frutto è la ghianda che compare in autunno ed è formata da una noce sormontata da una cupola di squame.

Origine e distribuzione: La roverella è originaria dell’Europa centro-meridionale e dell’Asia Minore. E’ presente in tutta Italia ed è così diffusa, che spesso viene chiamata semplicemente quercia.

Utilizzi: Viene usato per costruire le traversine ferroviarie e come legna da ardere. Le ghiande venivano utilizzate per l’alimentazione dei maiali; nei periodi di carestia si ricavava una farina impiegata per fare pane e piadine.

Curiosità: A volte è possibile osservare sui rami la presenza di galle: strutture tondeggianti brunastre prodotte da Imenotteri, insetti che introducono nelle gemme le uova, da cui si svilupperanno le larve.  All’interno della galla l’insetto continua il suo sviluppo da pupa ad adulto fino ad uscire da un buco praticato nella parete della stessa.

In associazione con le radici cresce il Tuber melanosporum, più conosciuto come tartufo nero.

Il Carpino nero

Nome scientifico: Ostrya carpinifolia

Nome comune: Carpino nero

Aspetto: Il carpino ha un portamento arboreo con dimensioni pari a 15 metri circa. Presenta un tronco diritto con corteccia ruvida e fessurata

Foglie: La chioma è raccolta e un po’ allungata con foglie decidue. La lamina folgiare è ovale con doppia seghettatura.

Fiori: Il carpino è una pianta monoica: le infiorescenze maschili (amenti) sono lunghe fino a 10 cm, quelle femminili (spighe) sono più corte e tozze. I fiori compaiono tra aprile e maggio prima delle foglie.

Frutti: I frutti sono riuniti in infruttescenze pendule molto simili a quelle del luppolo. Il frutto è un achenio avvolto da brattee chiare. Questo sacco leggero facilita il volo del frutto e protegge il seme durante le prime fasi della germinazione.

Origine e distribuzione: Il Carpino nero è originario dell’Europa sud-orientale. In Italia è presente sulle Alpi e lungo tutta la dorsale appenninica nelle  zone collinari e montane fino a 1600 metri di quota.  

Utilizzi: Il suo legno pesante e compatto è usato principalmente come combustibilePer la sua capacità di crescere anche su terreni poco profondi e sassosi, per la buona velocità di crescita e l’ottima capacità di disseminazione, il carpino è indicato per un primo rimboschimento di aree brulle e per consolidare  argini franosi.

Curiosità: Il carpino rientra tra le specie vegetali le cui radici sono in simbiosi con il  tartufo nero.

Il Castagno

Nome scientifico: Castanea sativa

Nome comune: Castagno

Aspetto: Il castagno è una pianta a portamento arboreo di altezza variabile dai 10 ai 30 metri. Possiede un fusto colonnare ed una chioma espansa e rotondeggiante. È una pianta molto longeva: è possibile, infatti, trovare castagni secolari e dalle dimensioni imponenti.

Foglie: Le foglie possiedono una lamina molto grande, che può superare i 20 cm di lunghezza e i 10 cm di larghezza. La forma è lanceolata, con apice acuminato e margine seghettato.

Fiori: Il castagno è una pianta monoica con fiori unisessuali presenti sulla stessa pianta. I fiori maschili sono riuniti in amenti eretti, i fiori femminili sono isolati o riuniti in gruppi di 2-3, avvolti da un involucro di brattee detto cupola.

Frutti: Il frutto è un achenio, comunemente chiamato castagna, di forma è più o meno globosa, con un lato appiattito e uno convesso. Gli acheni sono racchiusi, in numero di 1-3, all’interno di un involucro spinoso, detto riccio, che si apre a maturità.

Origine e distribuzione: Il castagno è originario dell’Europa meridionale, del Nord Africa e dell’Asia occidentale. In Italia è abbastanza diffuso nelle zone collinari e montane fino ai 1000 metri di quota, dove è stato ampiamente coltivato per la produzione del legname e dei frutti. Questi utilizzi sono stati ridimensionati nel tempo, provocando l’abbandono dei castagneti che si sono evoluti in  boschi puri o misti spesso associati alla roverella.

Utilizzi: Il castagno è utilizzato nel rimboschimento di aree marginali. Grazie al suo alto contenuto in amido, il frutto è utilizzato da tempi antichissimi per il consumo diretto e per la produzione di farine o come cibo per animali (soprattutto suini).  Il suo legno abbastanza robusto ha un discreto interesse commerciale soprattutto per la produzione di mobili.

Curiosità: Pur avendo un’impollinazione affidata al vento, i suoi fiori sono bottinati dalle api. Il miele prodotto ha una colarazione piuttosto scura, un retrogusto amaro ed è particolarmente ricco di fruttosio. È molto utilizzato sia in fitocosmesi che nella medicina naturale per le sue proprietà emollienti  e sedative della tosse.

Il Maggiociondolo

Nome scientifico: Laburnum anagyroides

Nome comune: Maggiociondolo

Aspetto: Il maggiociondolo è una leguminosa di piccole dimensioni (non supera i 10 metri di altezza) dal portamento arbustivo.

Foglie: Le foglie sono composte (suddivise in 3 foglioline), lisce nella pagina superiore e pelose in quella inferiore.

Fiori: I fiori sono di colore giallo-oro, molto profumati e raggruppati in infiorescenze a grappolo che compaiono tipicamente a maggio e ricordano molto quelle del glicine.

Frutti: I frutti sono legumi con numerosi semi neri ricchi di citisina , un alcaloide estremamente velenoso.

Origine e distribuzione: È originario dell’Europa centro-meridionale, da cui si è diffuso in alcune zone dell’Europa settentrionale e dell’Asia. Predilige posizioni soleggiate, non teme il freddo, ma può soffrire climi troppo caldi e asciutti.

Utilizzi: Il maggiociondolo possiede un esteso apparato radicale che lo rende molto adatto al consolidamento di scarpate e rive franose. Il legno duro e pesante trova impiego nella produzione di pali, nella costruzione di archi e come combustibile.

Curiosità: I suoi semi, pur essendo estremamente velenosi per l’uomo e per molti animali, vengono consumati senza problemi da alcuni animali selvatici, come lepri e conigli. Per questo motivo in alcune regione il maggiociondolo è considerato una pianta magica.

Il Nocciolo

Nome scientifico: Corylus avellana

Nome comune: Nocciolo

Aspetto: Il nocciolo è un grosso arbusto di 5-7 metri di altezza.

Foglie: Le foglie sono decidue, tondeggianti, acuminate all’apice, con margine a doppia dentatura. Il colore è verde intenso nella pagina superiore, che si presenta un po’ ruvida al tatto, mentre è più chiaro e opaco in quella inferiore per la presenza di una fitta peluria.

Fiori: I fiori sono riuniti in infiorescenze unisessuali: quelle maschili sono amenti penduli che compaiono già in autunno, quelle femminili assomigliano ad una gemma di piccole dimensioni provvista di un ciuffetto di stigmi rossi all’estremità.

Frutti: Il frutto è la nocciola, che è avvolta da brattee(foglie modificate) verdi e dentate, da cui si libera a maturazione.

Origine e distribuzione: È originario dell’Asia minore ed ora ampiamente diffuso. In Italia è presente dall’area mediterranea a quella montana, dove raggiunge facilmente i 1500 metri di quota.

Utilizzi: Il suo frutto è molto utilizzato in campo alimentare, infatti le nocciole possono essere consumate fresche appena raccolte, o in inverno come frutta secca, e sono  largamente usate nell’industria dolciaria. Le foglie possiedono proprietà officinali astringenti e tonificanti dei vasi sanguigni, antiinfiammatorie e cicatrizzanti.

Curiosità: Il nome scientifico del nocciolo deriva dal greco e significa “elmo”, in riferimento alle brattee che ne ricoprono il frutto. Questa pianta è molto coltivata per la produzione di frutti, l’Italia, infatti, è il secondo produttore al mondo di nocciole dopo la Turchia.

Il Sambuco

Nome scientifico: Sambucus nigra

Nome comune: Sambuco

Aspetto: Il sambuco è una pianta dal portamento arbustivo con una chioma espansa e dimensioni inferiori ai 10 metri.

Foglie: Le foglie sono decidue e composte, ogni fogliolina presenta un margine seghettato ed una colorazione verde-scuro

Fiori: I fiori sono ermafroditi di colore bianco-panna riuniti in ampie infiorescenze a ombrella di 10-20 cm, molto profumate e poste all’apice dei rami. La fioritura avviene tra aprile e giugno.

Frutti: Il frutto sono drupe nere e lucide.

Origine e distribuzione: L’areale di origine del sambuco si estende dall’Europa centro-meridionale al Caucaso e alla Siria. È una specie molto diffusa in tutte le regioni d’Italia, dove vegeta prevalentemente lungo i fossi, nei margini delle strade, nei boschi umidi e lungo le rive dei corsi d’acqua. Dal livello del mare si spinge fino ai 1500 metri di altitudine.

Utilizzi: I fiori e i frutti del sambuco sono molto utilizzati in cucina. I fiori vengono cotti in pastelle dolci o salate oppure utilizzati per aromatizzare bibite e liquori. I frutti sono impiegati nella realizzazione di marmellate o per colorare salse e gelatine. Importante è l’impiego fitoterapico per le sue riconosciute proprietà diuretiche, febbrifughe, antireumatiche ed emollienti. È utile sapere che i frutti acerbi e le parti verdi della pianta contengono un glicoside moderatamente tossico.

Curiosità: Il nome scientifico del genere (Sambucus) deriva da un anitco strumento musicale costruito con il suo legno, mentre nigra si riferisce alla colorazione nera dei suoi frutti. Proprio dalle drupe veniva ricavato in passato un liquido utilizzato come inchiostro. Nelle tradizioni popolari di molti paesi europei al Sambuco veniva riconosciuto il potere di respingere demoni e streghe.

La Rosa canina

Nome scientifico: Rosa canina

Nome comune: Rosa canina

Aspetto: La rosa canina è un arbusto spinoso che supera facilmente i 2 metri di altezza.

Foglie: Le foglie sono composte da 5-7 foglioline ovali o ellittiche con margini dentati. Fiori: I fiori sono bianchi o rosati e hanno solo 5 petali. La fioritura avviene nei mesi di maggio e giugno.

Frutti: Produce falsi frutti detti cinorrodi di colore rosso che portano all’interno i loro veri frutti. Raggiungono la maturazione nel tardo autunno e persistono sulla pianta per tutto l’inverno.

Origine e distribuzione: È originaria delle zone temperate dell’Europa. Ora è ampiamente diffusa in tutta il continente spingendosi  fino al Caucaso, all’Asia centrale e all’India. In Italia è poresente su tutto il territorio dove è frequente notarla tra le siepi e ai margini dei boschi.

Utilizzi: La rosa canina ha diversi utilizzi. In cucina fiori e frutti vengono usati per preparare tisane, infusi e marmellate. In medicina i cinorrodi  trovano largo impiego per l’alto contenuto in Vitamina C. Sono molto indicati nella cura dell’influenza, per il rafforzamento delle difese naturali dell’organismo e per migliorare la circolazione sanguigna.

Curiosità: Il nome canina della specie risale a Plinio il Vecchio, il quale attribuiva a questa pianta la guarigione dalla rabbia di un soldato romano.

La Viola mammola

Nome scientifico: Viola mammola

Nome comune: Viola mammola, Viola odorata

Aspetto: La viola mammola è una pianta erbacea alta 10-15 centimetri, con una rosetta di foglie basali cuoriformi.

Foglie: Le foglie sono disposte a rosetta intorno agli steli fiorali. Hanno forma da ovale a cuoriforme e colorazione verde intensa.

Fiori: I fiori sono portati da un lungo stelo, presentano il caratteristico colore viola e sono molto profumati. Sono formati da 5 petali: due superiori eretti, due laterali ed uno inferiore provvisto di uno sperone. Solitamente compaiono tra marzo e aprile, più raramente a febbraio.  

Frutti: I frutti sono capsule

Origine e distribuzione: Il suo areale di origine coincide con le zone temperate dell’Europa. È una delle specie di Viola più frequenti sul nostro territorio

 dove è possibile incontrarla nelle radure, nei prati, nei margini boschivi dalla pianura alla montagna.

Utilizzi: Le violette trovano impiego in pasticceria: i fiori freschi, immersi nello zucchero fuso, vengono trasformati in deliziose caramelle. Numerose sono le proprietà riconosciute alla viola: diuretiche, sudorifere, espettoranti, decongestionanti, lassative ed emollienti. I principi attivi si ricavano da tutta la pianta, che viene raccolta in primavera e fatta essiccare all’ombra. L’essenza che si ottiene dal suo fiore è largamente impiegata nella produzione di profumi (famosa la Violetta di Parma).

Curiosità: Nel linguaggio dei fiori la viola mammola è da sempre considerata il simbolo per eccellenza di pudore, modestia, e timidezza.

A cura di Silvia Crevani e Maria Costanza Arpaia.

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